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CORSA AL “NATURALE”: QUANDO LA SOSTENIBILITA’ PERDE SIGNIFICATO

CORSA AL “NATURALE”: QUANDO LA SOSTENIBILITA’ PERDE SIGNIFICATO

05.12.2025.

Negli ultimi anni, il mercato della cosmesi ha conosciuto un’esplosione di termini come “naturale”, “eco-friendly”, “biobased”, “green”, “clean beauty”. Questa evoluzione rispecchia un cambiamento reale nella sensibilità dei consumatori: molte persone cercano di ridurre l’impatto ambientale dei propri acquisti, prediligendo materie prime vegetali, confezioni riciclabili, ingredienti “puliti”.

Tuttavia, questa spinta — talvolta — si trasforma in una corsa al “green a tutti i costi”, con aziende che adottano claim “eco” o “naturale” con poca trasparenza o senza adeguate verifiche.

 

Da dove nasce questo fenomeno?

Il fenomeno della “green-izzazione forzata” nasce spesso già a monte, nella ricerca cosmetica e nello sviluppo delle materie prime. Anche le aziende che formulano ingredienti funzionali — pur avendo l’obiettivo dichiarato di utilizzare fonti naturali, ridurre l’impatto ambientale e mantenere una buona efficacia cosmetica — finiscono talvolta per contribuire a questa distorsione.

Sotto la pressione del mercato e dei claim “green”, vengono messi a punto blend di materie prime che promettono di imitare le funzioni di materie prime consolidate ma meno sostenibili. Si tratta di ingredienti presentati come “biotech”, “plant-based” o “naturali”, che però non sempre possiedono la stessa struttura chimica, lo stesso meccanismo d’azione o la stessa profondità di evidenze scientifiche degli originali.

Un esempio? Il cosiddetto “DNA vegetale”, proposto come alternativa sostenibile al PDRN. Il PDRN è un insieme di frammenti di DNA purificato, costituiti da deossiribonucleotidi solitamente estratti da fonti animali — come lo sperma di salmone o trota — e utilizzato in ambito cosmetico e dermatologico come principio attivo biostimolante. Il suo ruolo è supportare le funzioni fisiologiche della pelle, stimolando i processi di riparazione e rigenerazione cellulare.

La versione “vegetale” propone un concetto simile: stessi test in vitro, stessa promessa di attività, ma ottenuta da una fonte botanica anziché animale. Tuttavia, la domanda chiave rimane aperta: ha la stessa funzione biologica del PDRN di origine animale, oppure è una semplice reinterpretazione “green” costruita più per esigenze di marketing che per reale equivalenza funzionale?

Ma soprattutto, è davvero necessario forzare questi meccanismi?

Perché questa smania di “green-izzazione” rischia di essere controproducente?

  1. Disillusione e sfiducia del consumatore: l’uso generalizzato di claim “eco/green/naturale” senza verifica indebolisce nel tempo l’intero concetto di sostenibilità: quando le promesse non sono mantenute, il consumatore diventa scettico verso qualsiasi affermazione “green”.
  2. Distorsione del vero concetto di sostenibilità: se “sostenibile” diventa sinonimo di “vegetale” o “naturale”, si rischia di ignorare aspetti cruciali: ciclo di vita completo del prodotto, impatto ambientale di coltivazione/produzione/trasporto/scarto, uso responsabile delle risorse, trasparenza, certificazioni reali.
  3. Ostacolo per chi davvero investe nella sostenibilità: le aziende che fanno scelte davvero sostenibili (materie prime certificate, packaging riciclabile, filiera trasparente, riduzione di impatto) vengono messe sullo stesso piano di chi fa “green marketing”, diluendo il valore delle scelte virtuose.

 

In conclusione…

La spinta verso una cosmesi più “green” è una direzione positiva, però rischia di degenerare in un fenomeno di “etichettatura universale”: qualunque ingrediente, processo o formula viene definita “sostenibile” o “naturale”, anche quando non ha nulla di verificabile. In un settore complesso come la cosmesi — dove le materie prime, le tecniche di estrazione e produzione, la biodegradabilità e l’impatto ambientale sono variabili — l’imperativo deve essere uno: critica informata, trasparenza reale, onestà nelle dichiarazioni.

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