Negli ultimi anni, il mercato della cosmesi ha conosciuto un’esplosione di termini come “naturale”, “eco-friendly”, “biobased”, “green”, “clean beauty”. Questa evoluzione rispecchia un cambiamento reale nella sensibilità dei consumatori: molte persone cercano di ridurre l’impatto ambientale dei propri acquisti, prediligendo materie prime vegetali, confezioni riciclabili, ingredienti “puliti”.
Tuttavia, questa spinta — talvolta — si trasforma in una corsa al “green a tutti i costi”, con aziende che adottano claim “eco” o “naturale” con poca trasparenza o senza adeguate verifiche.
Da dove nasce questo fenomeno?
Il fenomeno della “green-izzazione forzata” nasce spesso già a monte, nella ricerca cosmetica e nello sviluppo delle materie prime. Anche le aziende che formulano ingredienti funzionali — pur avendo l’obiettivo dichiarato di utilizzare fonti naturali, ridurre l’impatto ambientale e mantenere una buona efficacia cosmetica — finiscono talvolta per contribuire a questa distorsione.
Sotto la pressione del mercato e dei claim “green”, vengono messi a punto blend di materie prime che promettono di imitare le funzioni di materie prime consolidate ma meno sostenibili. Si tratta di ingredienti presentati come “biotech”, “plant-based” o “naturali”, che però non sempre possiedono la stessa struttura chimica, lo stesso meccanismo d’azione o la stessa profondità di evidenze scientifiche degli originali.
Un esempio? Il cosiddetto “DNA vegetale”, proposto come alternativa sostenibile al PDRN. Il PDRN è un insieme di frammenti di DNA purificato, costituiti da deossiribonucleotidi solitamente estratti da fonti animali — come lo sperma di salmone o trota — e utilizzato in ambito cosmetico e dermatologico come principio attivo biostimolante. Il suo ruolo è supportare le funzioni fisiologiche della pelle, stimolando i processi di riparazione e rigenerazione cellulare.
La versione “vegetale” propone un concetto simile: stessi test in vitro, stessa promessa di attività, ma ottenuta da una fonte botanica anziché animale. Tuttavia, la domanda chiave rimane aperta: ha la stessa funzione biologica del PDRN di origine animale, oppure è una semplice reinterpretazione “green” costruita più per esigenze di marketing che per reale equivalenza funzionale?
Ma soprattutto, è davvero necessario forzare questi meccanismi?
Perché questa smania di “green-izzazione” rischia di essere controproducente?
In conclusione…
La spinta verso una cosmesi più “green” è una direzione positiva, però rischia di degenerare in un fenomeno di “etichettatura universale”: qualunque ingrediente, processo o formula viene definita “sostenibile” o “naturale”, anche quando non ha nulla di verificabile. In un settore complesso come la cosmesi — dove le materie prime, le tecniche di estrazione e produzione, la biodegradabilità e l’impatto ambientale sono variabili — l’imperativo deve essere uno: critica informata, trasparenza reale, onestà nelle dichiarazioni.