Home   Contatti Ti trovi in: Approfondimenti / Cosmetici / Test cosmetici sugli animali
 
 
aderire a skineco
 
   Chi siamo
   Comitato Scientifico
   Soci onorari
   Statuto
   SkinecoMission
   Skineco per le Aziende
   Progetti e Iniziative
 
   Glossario eco-dermocosmetico
 
   Siglario
 
   I nostri preferiti
 
 
Test cosmetici sugli animali
A che punto siamo
 
Da almeno una ventina d'anni l'opinione pubblica, grazie alle campagne di informazione e di protesta delle associazioni animaliste, si è sensibilizzata sul tema della sperimentazione animale, e in particolare di quella sui cosmetici.

La domanda "ma è testato su animali?" riecheggia spesso nei negozi o su internet, indice dell'elevata attenzione prestata all'argomento, specialmente per beni di consumo considerati voluttuari, come i cosmetici.

Ma è così semplice saper distinguere un prodotto che è stato testato sugli animali da uno che non lo è? Purtroppo, niente affatto. Al contrario, la situazione può presentarsi nebulosa e lasciare spazio, nelle sue lacune informative, a comunicazioni, soprattutto di carattere commerciale, non esattamente in linea con lo stato dell'arte delle cose.

Con la Direttiva 2003/15/CE del 27 febbraio 2003[1] recepita in Italia con D.L. 50/2005[2], a partire dal 16 aprile 2005 in Italia (ed Europa) si attua il divieto assoluto di effettuare la sperimentazione animale sui prodotti finiti, cioè sul cosmetico tal quale lo si trova in vendita; ancora la stessa Direttiva CE fissa un quadro normativo che affronta anche l'aspetto dei test che bisogna effettuare sulle materie prime che compongono il prodotto finito cosmetico, stabilendo vari step per la validazione di test alternativi a quelli animali, validazioni affidate all'istituzione ECVAM (European Centre for the Validation of Alternative Methods)[3], arrivando a fissare la data del'11 marzo 2013 quale termine ultimo per l'abolizione di tutti i test animali da effettuarsi in ambito cosmetico.

È importante sottolineare che ad oggi tutti i cosmetici in commercio si possono definire non testati sugli animali, anche quelli che non riportano la scritta in etichetta: la legge vieta che sia testato su animali il prodotto finito, consente, fino alla data dell'11 marzo 2013, che siano testate su animali le materie prime (in assenza di test alternativi validati, perchè se ci sono è obbligatorio utilizzare questi).

La scritta "Non testato su animali" che possiamo trovare sulla confezione di un cosmetico rischia di essere ingannevole, in quanto la mera ottemperanza alla legge non può essere indicata come plus distintivo del prodotto immesso in commercio, e anche il Ministero della Salute ricorda che "il fabbricante o il responsabile dell'immissione di un prodotto cosmetico sul mercato comunitario può attirare l'attenzione delle Comunità europee, sulla confezione del prodotto o su qualsiasi documento, foglio di istruzioni, etichetta, fascetta o cartellino che accompagna o si riferisce a tale prodotto, sul fatto che quest'ultimo è stato sviluppato senza fare ricorso alla sperimentazione animale, solo a condizione che il fabbricante e i suoi fornitori non abbiano effettuato o commissionato sperimentazioni animali sul prodotto finito, sul suo prototipo, né su alcun suo ingrediente e che non abbiano usato ingredienti sottoposti da terzi a sperimentazioni animali al fine di ottenere nuovi prodotti cosmetici ...".[4]

Pur nella sensibilità delle istituzioni ad accogliere e formalizzare (entro marzo 2013) la pressante richiesta da parte dell'opinione pubblica di eliminare i test animali, esiste l'esigenza attuale di una parte consistente di consumatori, di avere garanzia che il cosmetico acquistato sia integralmente cruelty free, cioè che neanche le materie prime che lo compongono abbiano richiesto sofferenza animale.
 
Come fare allora per evitare di usare prodotti che incrementino la sperimentazione animale?
 
Le vie percorse sono state diverse negli anni, la più vecchia è la famosa "positive list", una lista alla quale molte aziende cosmetiche hanno sostenuto di attenersi nelle loro produzioni. Sembrava che fosse una lista di sostanze già testate sugli animali, e che non sarebbero state più ritestate in futuro: usando solo queste materie prime e non altre non si contribuiva alla sperimentazione di sostanze nuove. Il problema è che attenersi a quella lista non dà alcuna garanzia di non contribuire alla sperimentazione, perchè si tratta di un libro di cosmetologia americano del 1978 che elenca le sostanze chimiche che venivano utilizzate all'epoca negli Stati Uniti per fare i cosmetici, molte delle quali poi sono state vietate perché tossiche o irritanti, e che non ha alcuna attinenza con le eventuali sperimentazioni europee, anche successive.

Altra via percorsa è quella delle associazioni animaliste, che forniscono tramite loro pubblicazioni e i siti web liste di ditte cosmetiche cruelty free; capita che gli elenchi non siano tutti uguali, e che una ditta sia definita cruelty free da un sito animalista e da un altro no, e la cosa disorienta non poco il consumatore consapevole.

Ma come si entra in queste liste?

All'inizio bastava che le ditte si autocertificassero. Ci si impegnava a non testare il prodotto finito sugli animali (mero rispetto della legge), a non commissionare questi test a terzi (ancora semplice rispetto della legge) e a non usare sostanze entrate sul mercato (quindi nuove e testate, perché la legge impone ancora di testare la sicurezza di ogni nuova sostanza) dopo un certo anno a propria scelta, normalmente l'anno precedente a quello in cui ci si certifica per la prima volta. Sia il fatto di autocertificarsi, sia il fatto che l'anno varia da azienda ad azienda, rendono impossibile per il consumatore rendersi conto da solo, con la lettura dell'INCI, se davvero quel prodotto sia stato o meno testato recentemente nei suoi ingredienti.

Soprattutto, l'autocertificazione lasciava perplessi, ed allora si è ricorsi nel 2004 ad un Ente Certificatore esterno, l'ICEA, che in accordo con la LAV conduce le ispezioni all'interno delle aziende per controllare che non vengano utilizzati ingredienti nuovi successivi alla data scelta dall'azienda stessa. Per sensibilizzare e coinvolgere le aziende del settore, è stata ideata l' etichetta "Stop ai test su animali", concessa in Italia dalla LAV (Lega Anti Vivisezione) ai prodotti conformi allo Standard Internazionale "non testato sugli animali". La LAV gestisce e pubblica un Elenco di aziende approvate LAV e autorizza l'utilizzo in etichetta del marchio europeo della coalizione e/o della dicitura "Stop ai test animali - Controllato ICEA per LAV n° ..."[5]

Ma c'è un recente aspetto che bisogna considerare, che influenza pesantemente la strada intrapresa di abolizione dei test animali, che di nuovo rende fuorvianti le scritte "non testato su animali" anche quando riguardino le materie prime: l'introduzione il 18 dicembre 2006 del nuovo Regolamento Europeo n. 1907/2006 sulla sicurezza delle sostanze chimiche denominato REACH, entrato in vigore il 1 giugno 2007[6]. Secondo questo regolamento tutte le sostanze chimiche, comprese quelle usate nei cosmetici quindi, devono essere corredate ex-novo da una relazione che attualizzi la loro sicurezza d'uso. Questa relazione allo stato odierno delle conoscenze si fa ancora con la sperimentazione, utilizzando purtroppo anche quella animale in assenza di test alternativi validati. A dire la verità il legislatore si è preoccupato di evitare test inutili per i dati conosciuti, ma questi devono derivare da un "peso dell'evidenza" desunto non da una, ma da varie fonti di informazione indipendenti. Il che fa supporre che chi ha l'onere di dichiarare se una tale sostanza possa presentare proprietà pericolose, ricorra per sicurezza ai metodi riconosciuti, ovvero nuovamente alla sperimentazione animale.

Allo stato attuale, tutte le certificazioni (e gli enti certificatori) che assicurano l'assenza di test animali non possono in nessun modo prescindere dalla realtà che questo Regolamento Europeo concretizza, fino a compimento definitivo del REACH previsto per il 2019[6], e cioè che la sperimentazione animale potrà riguardare tutti i prodotti, anche quelli certificati cruelty free.
 
Conclusioni
 
A conclusione di questa nota informativa si potrebbe considerare come dato confortante quello diffuso nel 2007 da Unipro (Associazione Italiana Industrie Cosmetiche), secondo il quale nel 2005 l'industria cosmetica in Europa ha utilizzato per i propri test lo 0,08% degli animali, sul totale utilizzati in tutti gli ambiti [7;8]; inoltre, secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Salute risalenti al 2005, in Italia non è stato effettuato alcun esperimento su animali a fini cosmetici.[7]
 
  1. ec.europa.eu/enterprise/cosmetics/doc/200315/200315_it.pdf
  2. www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/05050dl.htm
  3. ecvam.jrc.it/index.htm
  4. www.ministerosalute.it/imgs/C_17_normativa_871_allegato.pdf
  5. www.icea.info/Aree/CertificazioniNoFood/Cosmetici/tabid/131/Default.aspx?PageContentID=30
  6. www.helpdesk-reach.it/files/Rettifica-20Regolamento-1907-2006.pdf
  7. www.sanihelp.it/news/scheda/6653.html
  8. it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=20579&c=25&s=2
 
Torna indietro
 
 
 
 
 
 
 
 
Wikipedia Facebook